Labrang, la grande università lamaista.
Labrang si trova ad un centinaio di chilometri a sud ovest di Lanzhou, in
un ambiente montano selvaggio e sconfinato. Attorno agli antichi monasteri
buddisti è sorto il villaggio di Xiahe, abitato da cinesi e tibetani, con
il suo bazar animato, dove fra moderni beni di consumo cinesi, variopinti
termos per il te ecc., puoi trovare oggetti antichi e moderni del povero
ma essenziale artigianato di quelle genti tibetane che da secoli vivono
in quei luoghi.
Selle di cuoio, oggetti vari per cavalcare, attrezzi per l'allevamento
del bestiame (specialmente yak) fanno capire che siamo fra gente dedita
da sempre alla pastorizia e all'allevamento. Popolazioni nomadi che si
spostano libere, fra queste lunghe valli, fra montagne ricoperte di un
verde, infinito manto erboso.
Ogni tanto incontri fieri uomini a cavallo, vestiti dei costumi
tradizionali di lana rosso scura e marrone, che con un sorriso aperto ed
ospitale ti salutano allegramente. Sono i nomadi tibetani, i veri padroni
di quelle sconfinate e misteriose montagne, dove puoi camminare per giorni
su creste aeree o lungo strette valli senza incontrare un albero, ma sempre
su di un fitto sterminato tappeto erboso, pieno di fiori ed essenze
sconosciute.
Ma la vera anima di Labrang è la grande Università Lamaista, uno dei
centri più importanti del buddismo tibetano. Qui, in templi stupendamente
decorati (purtroppo un incendio ha distrutto nel 1985 una parte importante
del vasto patrimonio artistico), fra tesori unici (tombe di santi,
affreschi e statue che purtroppo non è possibile fotografare), circa 500
giovani monaci provenienti da tutto il mondo tibetano, imparano le scienze
tradizionali della cultura tibetana.
Labrang è anche struggente natura. Tutt'attorno al villaggio sorgono
imponenti ma dolci montagne, su cui salire è una avventura unica, su cui
vagare arricchisce il corpo e la mente. Ricordo che ogni giorno salivo
su una nuova montagna e passavo la mia giornata camminando e pensando,
osservando fiori stupendi e guardando il volo delle aquile e degli
avvoltoi.
Lungo le strette valli solcate da ruscelli, si incontravano a volte poveri
villaggi la cui gente ospitale faceva a gara per offrirci un te tibetano
(te, burro e sale) con un po' di tsampa (farina d'orzo tostato, il loro
cibo tradizionale) ed invitarci a casa loro. Io ed i miei amici di allora
passammo ore serene a parlare (una di noi conosceva il cinese) con i vecchi
ed a giocare con i bambini.
Su una particolare montagna, fra le rovine di antichi templi, forse
distrutti durante la rivoluzione, vi è il cimitero in cui si celebrano
i cosiddetti funerali celesti. I cadaveri vengono tagliati a fette e
gettati in pasto agli avvoltoi, a significare il grande ritorno nel ciclo
della vita e della morte, a significare che la morte di qualcuno può
essere un atto di amore per altri esseri.
Labrang è un luogo unico, un raro esempio di comunione fra natura e
cultura, dove fra genti povere e gentili puoi ritrovare te stesso.
Sento che una parte del mio cuore è rimasto fra quelle montagne verdi.
(testo e foto di Arrigo Amadori)
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