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 Il monastero di Shey.                                                      
 
 Il monastero fortificato di Shey si trova ad una quindicina di chilometri
 a sud-est di Leh, vicino alla riva destra dell'Indo, in una posizione
 particolarmente dominante e panoramica.

                               La piana coltivata verso l'Indo.

 Appare abbandonato (per entrare occorre chiedere la chiave al solo monaco 
 che funge anche da guardiano) ma, per la sua posizione, ciò che contiene e
 per i ruderi delle mura fortificate che si perdono nella montagna rocciosa 
 accanto, credo che dia ai rari visitatori emozioni uniche.

                               La stupenda statua di Budda.

 Il luogo fu edificato a partire dal decimo secolo ed è stato anche sede
 di re. Il monastero contiene una enorme (circa dodici metri, fra le più 
 grandi di tutto il Tibet) e stupenda statua di budda in bronzo dorato del
 diciassettesimo secolo ed una silenziosa e suggestiva biblioteca di testi
 buddisti.

 Una strana tradizione fa obbligo di non guardare quel budda negli occhi, 
 ma come non lasciarsi attrarre dalla tentazione di perdersi in quel soave,
 enigmatico, dolce sguardo sorridente ? Ricordo che passai ore seduto
 davanti alla statua fissando quel volto, rapito da quello sguardo
 magnetico.

                               Il monastero visto dalle mura.

 Le pareti interne del tempio sono completamente ricoperte di antichi
 affreschi dai vivacissimi colori raffiguranti migliaia di budda e divinità
 in una tale incredibile e parossistica disordinata abbondanza, da lasciare
 stupefatti. Questa particolarità dei templi tibetani mi ha sempre colpito.
 Mi ha sempre stupito la contraddizione fra l'esterno, una natura così
 essenziale, arida e scarna, e l'interno, il tempio, così ricco di forme e 
 colori. Forse non è che un'allegoria della mente umana che crea, come onde
 dell'oceano, infinità di immagini e pensieri, ma tutti sospesi dentro un 
 vuoto essenziale, illusorio.
 
                               Le antiche mura.

 La biblioteca, situata al primo piano del tempio, non è altro che una
 grande, semibuia stanza con molti testi ordinatamente appoggiati su
 impalcature di legno disposte parallelamente ai muri. Si tratta di libri
 formati da fogli rettangolari di carta di riso tenuti dentro rigide 
 copertine di cuoio ed avvolti in rettangoli di stoffa gialla.

 Quei libri contengono l'enorme corpus delle scritture buddiste del Piccolo
 e Grande Veicolo, nonchè le scritture Tantriche. 

                               Rari pellegrini.

 Secondo la sensibilità e le credenze dei buddisti tibetani, le preghiere e
 i mantra sono dotati di forza propria, cioè, sia che siano scritte nei 
 libri, sia che siano scritte su cilindri mossi dal vento o dall'acqua o 
 dagli stessi fedeli, sia che siano cantate, salmodiate o ripetute 
 mentalmente, hanno lo stesso potere. Dentro quella biblioteca, l'atmosfera
 era così intensa, pura ed energetica da lasciare stupiti. Mi sembrava che
 il contenuto di quei libri fosse nell'aria, e, dall'aria, entrasse in me.
 Passai ore lì dentro, e provai nella mia mente una tale spontanea chiarezza, 
 una tale lucidità e forza di pensiero, che fu come se tutta la saggezza
 dei maestri che scrissero quei libri fosse entrata in me direttamente, per
 forza propria, senza che ne leggessi una sola parola.

                               Il monastero visto dalla piana.

 Shey è un luogo apparentemente abbandonato e di secondaria importanza
 rispetto ad altri più rinomati, ma per me dona, nel suo silenzio, una 
 completa, forte ed incancellabile esperienza di immersione nell'essenza 
 del Tibet.

   
                               Foreste di chorten.

                            

 Accanto al tempio, verso la montagna, su arida sabbia, sorgono miriadi di
 chorten (stupa tibetani), costruzioni votive che testimoniano la fede di 
 quei popoli da lunghi secoli e donano al paesaggio rare suggestioni. 
 Camminando in quella strana foresta pietrificata ci si sente in comunione 
 con generazioni di uomini e donne che con quelle strane costruzioni hanno 
 voluto lasciare traccia della loro fede.

 (testo e foto di Arrigo Amadori)