SAGARMATA - madre del cielo
Stupenda cavalcata fra natura e cultura ai piedi del tetto del mondo
fino al Pumori-ridge, naturale terrazza di fronte all'Everest.
Ottobre 1990. Dopo mesi di allenamento in Appennino centrale, facilitati
da un inverno sempre sereno e stabile, Paolo ed io compiamo il grande
balzo.
Siamo a Katmandu, la stupenda, inimmaginabile, magica capitale del Nepal,
così ricca di opere d'arte, templi e palazzi da meritare appieno
l'appellativo di Firenze dell'Asia, e vita, strade, mercati brulicanti
di gente, sorridente ed ospitale.
... (clicca sulle immagini)
Non ci concediamo a questa magia, non subito almeno: siamo concentrati
per il trekking, rimandiamo il riposo e il godimento delle meraviglie
della città al ritorno dalla montagna.
In un paio di giorni organizziamo tutto, ci facciamo rilasciare il
trekking-permit, assoldiamo una guida e fissiamo l'ora della partenza
per il trekking.
Decidiamo di percorrere a piedi tutta la distanza dalla fine della
strada camionabile fino al campo base dell'Everest sia all'andata che
al ritorno, senza usufruire di nessun passaggio aereo, così da avere una
più profonda esperienza della natura e cultura di quei luoghi.
I tempi previsti per andata e ritorno sono di 21 giorni di marcia
intensa, mentre, per quanto riguarda il vitto e l'alloggio, decidiamo di
usufruire delle case Sherpa lungo il cammino, sufficientemente frequenti
ed ospitali, ed inoltre utilizzate dagli stessi indigeni per i loro
spostamenti.
Gli Sherpa, la più diffusa etnia della zona, (tribù di origine Tibetana
stanziatasi in quelle valli da molti secoli) hanno lingua e cultura
Tibetane e da sempre compiono il duro ed ingrato lavoro di portatori.
Non coltivano la terra (comprano i beni per la loro sussistenza da altre
etnie come i Rai), non usano animali da soma (eccetto qualche volta gli
yak, grossi, pelosi e bizzarri buoi semi-selvatici diffusi in tutto
l'Himalaya ed il Tibet) ma trasportano tutto sulle spalle fin da bambini.
Ci facciamo portare in taxi a Jiri, piccolo villaggio in cui la strada
camionabile da Katmandu finisce, e cominciamo a camminare lungo l'antico
sentiero che attraversa il Nepal da nord-ovest a sud-est in direzione
della valle del Kumbu.
La natura è lussureggiante.
Dense jungle di rododendri e conifere, rari e piccoli sperduti villaggi,
radure coltivate a riso, frumento e miglio. Verde, in tutte le sue
tonalità, dappertutto.
Si attraversano trasversalmente fiumi e torrenti ricchi d'acqua che
proviene dai ghiacciai a nord e la marcia è molto faticosa per i continui
saliscendi.
Decidiamo di assoldare un altro portatore, perché il mio zaino (15 chili)
comincia a diventare un problema per me.
Per giorni siamo immersi in quel mondo verde, caldo, umido e brulicante
di vita senza quasi mai vedere le alte e nevose montagne (a cui
camminiamo paralleli) ma solo infinite rotondeggianti colline (da mille
a tremila metri) che costituiscono il pre-Himalaya.
Molta umidità, dense nuvole durante il pomeriggio, animali fastidiosi e
pericolosi (sanguisughe, zecche, parassiti vari, serpenti, scimmie ecc.)
mettono a dura prova la nostra resistenza (presso un passo sui 3000 m.
abbiamo uno spiacevole incontro con un cobra, un po' infreddolito: era
mattina presto, ma sufficientemente sveglio per essere pericoloso).
Acqua, cascate, torrenti e ruscelli dappertutto, ma non si può bere né
fare un bagno, c'è pericolo di strane malattie (così, almeno, ci consiglia
la nostra guida).
Facciamo anche 2000 metri di dislivello in salita al giorno e le nostre
pancette da ben pasciuti italiani si assottigliano velocemente (alla fine
avremo perso più di 10 chili a testa che solo in piccola parte avremo
recuperato nel relax di Katmandu aspettando il ritorno).
Finalmente arriviamo alla valle del Kumbu che porta, senza più saliscendi,
al campo base dell'Everest.
La valle è meravigliosa! Villaggi fino a 4000 metri, con stupendi scenari
alpini, prati, boschi e un'aria pura, vergine, energetica e luminosa che,
in tutto il mondo, penso sia difficile trovarne di simile.
Namche-bazar, la capitale della regione Sherpa, Temboche, Pamboche, nomi
mitici di villaggi abbarbicati fra cime scintillanti di ghiacci a perdita
d'occhio, dove cultura e natura, ancora amiche, vibrano in un connubio
unico.
Atmosfera irreale e mistica, monasteri buddisti abitati da monaci
sorridenti ed ospitali, suoni di preghiere, trombe e tamburi, preghiere
scolpite nella roccia, muri mani (muri formati da innumerevoli lastre di
roccia scolpite con preghiere buddiste), piccoli e grandi chorten
(tempietti votivi dalla forma tipica), mulini di preghiera ad acqua e a
vento (strane tecnologie religiose di preghiere disperse nell'aria per il
beneficio di tutti gli esseri senzienti), ovunque il grande mantra
(formula rituale mistica) "om mani padme hum" scritto in caratteri
tibetani.
Siamo presi e stregati da tutto ciò e proseguiamo quasi rapiti e sospesi
in una dimensione in cui spazio e tempo non hanno più il solito valore.
 
Arriviamo il decimo giorno a Gorap-shep (5100 metri).
Solo due fatiscenti baracche dove si può consumare te, zuppa ed altro, ma
tutto con lo stesso sapore di sapone, e si può dormire, squarci nei muri
e nelle pareti permettendo.
 
Noi decidiamo di usare la piccola e leggera tenda che abbiamo in dotazione.
Aspettiamo il tramonto, durante il quale finalmente vediamo la cima
dell'Everest indorata dal sole fra le altre già scure (spettacolo unico),
e decidiamo di coricarci.
 
Durante il giorno il sole, attraverso un cielo sempre sereno e limpido,
fa sentire la sua forza così che, riparati dal vento, ci si cuoce come
in una fornace, ma la notte il freddo è così intenso (-20/30) che non
concede tregua.
La nostra attrezzatura si dimostra subito inadeguata e la notte non
riusciamo a prendere sonno.
E' una notte che non dimenticherò mai.
 
Sensazioni strane, miste di felicità e sofferenza, sotto un cielo (quando
esco dalla tenda) di stelle grosse come lampioni, in un silenzio strano,
luminoso (solo stelle, senza luna, ma una luminosità tale da potere vedere
tutte le montagne attorno e potere camminare tranquillamente), quasi
sospeso e una strana aria asciutta, che dà una assurda sensazione di
calore (rispetto al freddo della tenda).
La mattina, prima dell'alba, decido di uscire dalla tenda, mi sento bene,
voglio sgranchirmi le gambe, e fare colazione, ma le pasticche chimiche
(comode altrove ma qui inadatte) del mio fornello da capo non bruciano
(qui c'è solo metà dell'ossigeno normalmente a disposizione in riva al
mare !), producono solo un'esile fiamma azzurra ed il rischio di
congelarmi le mani.
Bevo quel povero e tiepido te e decido di incamminarmi fino al Pumori-ridge
(la nostra meta) per andare incontro al sole che sorgerà fra non molto.
La salita fin lassù è facile e non troppo ripida. Arrivo più in alto che
posso (5642 metri, poi la cresta si rompe e occorrono tecniche di
arrampicata, poi iniziano i ripidi ghiacciai del Pumori).
Salgo lentamente, mi concentro sul respiro (cosa fondamentale a quelle
altezze) e, senza fretta e mai andare in affanno, raggiungo la cima.
Sollevo al cielo la mia preghiera compassionevole per tutti gli esseri,
saluto i quattro punti cardinali, aggiungo un sasso, come offerta, alle
variopinte bandierine di preghiera che mani pie prima di me hanno
portato fin lassù e mi accovaccio fra le rocce per godermi lo spettacolo.
Il sole intanto, uscito da dietro le cime, mi riscalda e asciuga; l'aria
è ferma, immobile, e la cima dell'Everest troneggia, fra le altre cime,
di fronte a me (circa 10 chilometri in linea d'aria).
L'atmosfera è tersa come non mai, ed io vedo a distanze incredibili, fino
nei minimi particolari.
Cime rocciose, neve, ghiacci, forme fantasmagoriche, crepacci,
meravigliosi sbuffi di neve in controluce sulle cime più alte.
Lo spettacolo è indescrivibile.
Rimango lì per più di due ore, poi si alza un vento impetuoso e dobbiamo
scendere.
Decidiamo di scendere di quota, per via del freddo notturno e del nostro
equipaggiamento inadatto (alla prima nostra esperienza del genere non
avevamo valutato e previsto bene il tipo di clima che avremmo incontrato).
Siamo a Katmandu il diciassettesimo giorno.
Abbiamo ancora una settimana prima del rientro in Italia e decidiamo
di passarla a goderci le bellezze ed il relax della città.
Ma questa è un'altra storia.
(testo di Arrigo Amadori e foto di Paolo Mulazzani)
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