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 AFGHANISTAN - sulla via di Alessandro, Marco Polo e ... del Flower Power.
 
 Il Grande Viaggio : nel vento dell'Est verso l'India, la Terra Promessa
 della nostra generazione.

 Non è facile per me tornare a quei tempi, ricordare quel viaggio, anche
 se in effetti ricordo tutto, momento per momento, cose, sensazioni, odori,
 volti.

                         alla partenza (clicca sulle immagini)

 Non è facile semplicemente perché io ora sono un'altra persona, e mi sembra
 quasi di ricordare un viaggio raccontato da un altro. 

 Tutto ora è diverso e diversi, o addirittura scomparsi, sono gli attori di
 allora.

 Anche i luoghi ora sono diversi: una guerra terribile ha cancellato tutto.

                         vicino al passo Solang

 Ma, e questo mi sembra quasi paradossale, io mi sento il figlio di quel
 viaggio e gran parte della vita che ho vissuto poi, l'ho vissuta con la
 sensibilità che allora acquistai, con l'anima che l'Afghanistan mi donò. 

 Raccontare questo viaggio per me è come raccontare la mia vita, descrivere
 il mio io, la mia identità, tanto questo viaggio è stato la pietra miliare
 fondamentale della mia vita.

 E' il luglio del 1971, io, Arrigo, ho 21 anni. Mario e Jepson una
 decina più di me. I motivi che ci portarono alla decisione di fare questo
 viaggio mi appaiono ora così lontani e un po' naif, ma così è andata. 

 Partiamo per l'India, via terra, lungo la antica carovaniera medio-
 orientale. Compiamo il pellegrinaggio dei figli dei fiori verso la nostra
 terra promessa, il luogo sede della felicità, dove tutto ha un senso
 pregnante ed intenso, dove Dio, uomini e natura vivono in  simbiosi, saggi,
 realizzati e felici.

 Noi siamo pronti, la Fiat 850 di mia madre è pronta, gli amici del bar
 sono tutti qui, emozionati ed increduli come noi del resto.

 Partiamo senza mappe, guide né survival kits di sorta (allora non 
 esistevano). Partiamo verso il tanto desiderato e sognato ORIENTE.

 Fino a Istanbul è un viaggio noto, c'eravamo andati solo due anni prima 
 con la cinquecento di Piero. Poi varchiamo le "Colonne d'Ercole" 
 dell'Anatolia. Steppe, montagne, un po' di verde in alta quota, città
 piacevoli di buona cucina e bagni turchi, poi l'Ararat, per chilometri,
 incombente, un cono isolato nella steppa con la sua cima imbiancata.

 Passiamo in Persia. Il Kurdistan è stupendo: paesaggi lunari di montagne
 e villaggi, giallo e verde, steppa e riso. Poi per giorni solo deserto
 rosa, roccia e sabbia, mulinelli di sabbia e vento, ma sempre uguale.
 
 Camions a non finire e un grande sviluppo economico  all'occidentale 
 (siamo ai tempi dello Shah, prima della rivoluzione Islamica ed 
 addirittura nel duemilacinquecentesimo anniversario  dell'impero,
 con grandi luminarie e festeggiamenti).

 I persiani ci sembrano inospitali ed antipatici, con i loro paesi e città 
 tutti uguali, per cui decidiamo di tirare diritto più che si può.

 Teheran è una città terribile, caotica ed invivibile. Arriviamo la sera 
 alla periferia ovest, dormiamo di fianco alla strada, sotto le stelle,
 come sempre. Sacco a pelo a mummia ed il cielo sopra di noi. Un cielo 
 incredibile, stelle a milioni, luminose come non mai (i camion di notte
 procedono solo con le luci di posizione e ti accendono i fari solo
 all'ultimo momento), lo stesso cielo che ci accompagnerà sempre in questo
 viaggio, luminoso, misterioso, grande magico compagno.

 Attraversiamo la città e ... siamo alla periferia est solo la sera tardi.

 Poi ancora deserto e montagne rosa. Poi la città santa di Mashad. Una delle 
 città sante degli Shiti. Finalmente l'Oriente !!! La città è costruita
 a raggiera attorno alla meravigliosa moschea d'oro e turchese, un sogno.
 Viuzze strette fitte di negozietti pieni di ogni cosa, ma specialmente 
 di tappeti. Meravigliosi, raffinati, unici. Tutto ruota attorno alla 
 moschea. Proviamo ad entrare. Folla, mercanti, cambiamonete. Ci sembrava 
 di essere come Gesù al tempio. Poi ci cacciano in malo modo, siamo solo
 degli infedeli.

 Riprendiamo verso Est e finalmente arriviamo alla frontiera con 
 l'Afghanistan. La vera meta inconscia del nostro viaggio (la possibilità
 di andare oltre, in India, era in effetti quasi una utopia !!!).

 Passiamo la frontiera e subito ci sembra che qualcosa di meraviglioso
 stia avvenendo, qualcosa di magico ed indescrivibile.

                          un mulino sul fiume
 
 Il tempo. Il tempo è arretrato di secoli. Di colpo siamo nel medioevo.
 Stentiamo a credere ai nostri occhi. Ci sembra di vivere in un sogno, un
 sogno meraviglioso. L'atmosfera delle fiabe arabe è qui.

 Vaghiamo per giorni senza meta, come se avessimo perso coscienza,
 immergendoci sempre più in questa interminabile Mille e una notte.
 Uomini in turbante, donne in meravigliosi vestiti colorati, cammelli,
 strane architetture di mercati brulicanti di gente, merci, mestieri
 antichi. Suoni, colori e odori che mai scorderò. Niente macchine, motori.
 Solo tecnologia a propulsione animale o umana.
  
 Sono preso continuamente da uno sconvolgente senso di ebbrezza, euforia,
 nausea, felicità, orrore ... tutte le sensazioni più diverse mescolate
 assieme.

 Un mondo di infinite facce. Geniale sussistenza. Ricca e fantasiosa
 povertà. Non una industria, una sola strada asfaltata, sparuti automezzi. 

 Gente indoeuropea, mescolati con stirpi mongole. Tracce palpabili della
 Via della seta, delle grandi conquiste. Condottieri, eserciti.

                          un mercato di bestiame

 Alessandro Magno, Tamerlano, Gengis Kan. Marco Polo. Mussulmani, 
 Cristiani, Zoroastriani, Buddisti. Lingue, popoli, religioni, culture
 diverse. Un crogiolo unico al mondo.

 E città di torri, palazzi, moschee, mura. Grezze, affascinanti, 
 imperfette geometrie di mattoni di sabbia. Arabeschi improbabili,
 cadenti e sempre risorgenti.

 Herat, Kandahar fondate da Alessandro Magno. Kabul alle porte 
 dell'oriente, situata sul fiume omonimo, naturale via verso l'Indo.

 Montagne di tutti i colori, ovunque. Rari fiumi e torrenti contornati 
 di verde.

 Siamo stupefatti dalla bellezza dei luoghi. Natura e gente meravigliosi.

                   
       montagne che sembrano castelli                   sosta per un chai lungo la strada

 Fa un caldo insopportabile (solo in alta montagna il clima è vivibile).
 Spesso ci fermiamo a sorseggiare te bollente seduti su vissuti tappeti,
 in stanze dalle piccole finestre, dove la penombra è l'unica fonte di 
 frescura, assieme a sorridenti e rilassati uomini in turbante che 
 chiacchierano amabilmente fumando arcaiche pipe ad acqua. Qualcuno, in
 disparte, seduto, ammira il deserto, e le montagne, con aria meditante.
 Meravigliosi vecchi dalla barba bianca, sembrano saggi antichi, immobili,
 contemplanti il nulla.

 Decidiamo di dirigerci verso l'interno del paese (l'unica strada asfaltata
 collega le città più importanti come un grande anello periferico).
 L'interno del paese è ancora più arcaico e magico. Solo strade sterrate,
 continui saliscendi, villaggi sperduti e lontano i picchi innevati della
 catena dell'Indukush.

                   
       deserto fra Kabul e Bamyan                     un arduo passo fra Kabul e Bmyan

 Arriviamo a Bamyan e ci sembra di essere veramente fuori dal mondo.
 Due immense statue di Buddha scolpite nella roccia attorniate da 
 innumerevoli celle, templi e monasteri scavati nella roccia e per 
 chilometri caverne piccole e grandi tuttora abitate.

                      
       monasteri buddisti a Bamyan                       un grande Budda a Bamyan

 I due Buddha, alti una cinquantina di metri, sono meravigliosamente 
 scolpiti su enormi pareti di roccia rossa e guardano la valle da due
 millenni. Anzi, al grande Buddha è stato tagliato il volto, perché non
 potesse vedere lo scempio che conquistatori ignoranti e fanatici,
 stavano compiendo, quando la magia delle civiltà centroasiatiche collegate
 dalla via della seta, fu rotta in nome di principi barbari e intolleranti
 (la stessa barbarie che ancora oggi ha fatto si che queste meravigliose
 vestigia di una civiltà tollerante e pacifica venissero bombardate e 
 forse distrutte per sempre).

 La valle di Bamian, con il suo fiume omonimo, affluente del Kabul,  
 corre per decine di chilometri sempre più inoltrandosi in un territorio
 selvaggio e stupendo fino ai mitici laghi di Bande-Amir.

                   
        i laghi di Bande-amir

 Qui le parole non bastano per descrivere i luoghi. Gocce di turchese
 fra montagne lunari, con sullo sfondo le massime cime innevate 
 dell'Indukush. Un grappolo di laghetti dall'acqua cristallina e gelida. 
 Colori che vanno dal verde smeraldo, al blu turchese attraverso tutte
 le possibili sfumature e oltre. Qui la natura ha creato un gioiello più
 unico che raro.

 Poi decidiamo di dirigersi a nord, verso il confine russo per visitare
 la mitica città di Mazar-i-sharif.
 
 Non penso di avere mai visto nulla di simile in vita mia. Qui il tempo è
 veramente cristallizzato fra le dune di un deserto sconfinato e, in
 questo nulla, in mezzo al vento polveroso, quasi per incanto, la moschea,
 dove è sepolto Alì, il cognato di Maometto.

                             la moschea di Mazar-i-sharif

 Di pianta quadrata, completamente ricoperta di turchese e d'oro, un sogno  
 arabescato. Mura, cupole e minareti dolcemente irregolari e rotondeggianti.
 Poi, tutta la città, un fermento di mercanti e mestieri, a riprodurre
 la geometria della moschea che ne è il centro gravitazionale.

 Enorme mercato variopinto, organizzato in settori omogenei, dove il 
 concetto di concorrenza non esiste, dove succede che se qualcuno non ha 
 ciò che chiedi, è ben lieto di indicarti dove puoi trovarlo.

 Finalmente è tempo di riprendere la strada verso Est. Entriamo in 
 Pakistan attraverso il mitico Kyber pass ed il mondo cambia
 improvvisamente e completamente. Entriamo in una umidità calda,
 soffocante, inverosimilmente fitta di gente. Le montagne ascetiche alle
 nostre spalle sono solo un ricordo. Zanzare e umidità. Arriviamo a
 Peshawar e lì io decido di tornare indietro. Mario e Jepson partono soli
 verso l'India. Io torno indietro con la mia 850 fino a Kabul.

 Mario torna dopo un mese mentre io preparo l'esame di meccanica razionale 
 (avevo con me i libri necessari) ed insieme torniamo in Italia. Jepson
 rimarrà in India, da solo per tre anni, per poi tornare anche lui in 
 Italia.

 La vita che abbiamo avuto dopo, è un po' come la figlia di questo viaggio
 rivelatore. Per tutti e tre.

 Io mi sono laureato in fisica, mi sono sposato e ho avuto due figli.
 Ora mescolo il lavoro con i viaggi i oriente.

 Jepson, tornato in Italia, ha vissuto quasi da eremita nei monti attorno
 a Cesena. Ora vive riservato e isolato in un mini appartamento della
 periferia di Cesena.

                         Mario e Arrigo a Bande-amir

 Mario si sposò subito dopo e riprese a viaggiare in India, Sry-lanka,
 America. E' morto in India improvvisamente, stroncato da un collasso
 cardiocircolatorio.  

 (testo e foto di Arrigo Amadori)