E-school di Arrigo
Amadori
Tutorial di fisica
Ottica geometrica (parte 3)
09 - Lenti.
Le lenti sono "oggetti" costituiti da materiale trasparente
vetroso o similare opportunamente sagomati con i quali
è possibile fare deviare i raggi di luce in modo da convergerli
o divergerli a nostro piacimento.
Le lenti sfruttano il fenomeno ottico della rifrazione.
Una tipica lente convergente è così schematizzabile :

Il fuoco è il punto in cui convergono i raggi che provengono paralleli
all'asse ottico (ovviamente i fuochi sono due) :

Maggiore è lo "spessore" della lente, minore è la distanza focale :

Una tipica lente divergente è la seguente :

Come si può ben vedere, l'effetto di deviazione dei raggi di luce che si
ottiene con una lente è analogo a quello che
si ottiene con gli specchi concavi e convessi.
Il "perché" ed il "come" i raggi di luce vengono deviati da
una lente verranno mostrati più avanti.
A questo proposito occorre notare che, nei precedenti grafici, abbiamo fatto
deviare i raggi luminosi in modo
improvviso (circa a metà della lente). Questa rappresentazione non è
fisicamente corretta (vedi più avanti) ma è
convenzionalmente adottata per semplificare la grafica.
Le lenti, quindi, sono essenzialmente di due tipi : lenti convergenti e
lenti divergenti. All'interno delle due categorie
vi è una ulteriore classificazione. Schematicamente :
lenti convergenti
Si tratta di lenti più "spesse" nel centro.

lenti divergenti
Si tratta di lenti "sottili" al centro.

Vediamo ora brevemente come fisicamente i raggi di luce sono deviati
nel caso della lente biconvessa. Nel caso
della lente biconcava abbiamo una situazione ovviamente opposta.
Abbiamo sopra affermato che tale deviazione dipende dal fenomeno della rifrazione.
Infatti, nel caso della lente
biconvessa, si ha :

(abbiamo "ingrandito" localmente la lente per un migliore riscontro
grafico).
Il raggio di luce, passando dall'aria al vetro, subisce una prima
rifrazione in cui si ha
(angolo di incidenza 1 >
angolo di rifrazione 1). Successivamente, il medesimo raggio subisce una seconda
rifrazione passando dal vetro all'aria
(
è la normale
alla superficie di separazione fra aria e vetro per la prima rifrazione ed
è la normale
per la seconda
rifrazione ).
In questo caso si ha
(angolo di incidenza 2 minore di angolo di rifrazione 2 ). E'
evidente che, dopo queste
due rifrazioni, il raggio di luce risulta "piegato" rispetto alla
direzione originale.
Lasciamo al lettore volenteroso la costruzione delle rifrazioni per un lente
biconcava.
Le lenti hanno un enorme campo di applicazioni (fotografia, telescopi
ecc. ecc.) ed anche l'occhio ne possiede una, il
cristallino. Si tratta di una lente biconvessa molto
"sofisticata", addirittura a focale variabile che permette la
formazione
dell'immagine sulla retina.
Siamo ora in grado di vedere come si ottengono immagini di oggetti
luminosi con l'uso delle lenti.
Per fare questo procediamo come per gli specchi. Prendiamo un oggetto
luminoso, rappresentato da una freccia
luminosa, e consideriamo, fra tutti, due raggi di luce che, partendo dal vertice
(punta della freccia), abbiano un
comportamento facilmente caratterizzabile.
Consideriamo allora un raggio che, partendo dal vertice dell'oggetto, corre
parallelamente all'asse ottico ed un raggio
che, anch'esso partendo dal vertice dell'oggetto, attraversa la lente nel
suo centro.
Io primo raggio attraversa la lente e converge nel fuoco mentre il secondo
raggio, attraversando la lente, praticamente
non viene deviato perché, nel suo centro, una lente ha facce parallele e
la rifrazione è quindi praticamente nulla.
Immagini con lenti biconvesse.
L'oggetto è lontanissimo dalla lente (si dice all'infinito). I raggi
corrono tutti quasi paralleli all'asse ottico e convergono
presso il fuoco. Si forma una immagine reale quasi puntiforme
praticamente nel fuoco :

L'oggetto ha una distanza maggiore di 2F (doppio della distanza
focale). Si forma una immagine reale rovesciata
rimpicciolita fra F e 2F :

Avvicinando l'oggetto (sempre a distanza maggiore di 2F ), l'immagine si
allontana da F (sempre fra F e 2F ) e
si ingrandisce :

L'oggetto è su 2F . Si forma una immagine reale rovesciata
uguale in 2F :

L'oggetto è fra 2F ed F . Si forma una immagine
reale rovesciata ingrandita oltre 2F :

L'oggetto è sul fuoco F . Non si forma alcuna immagine. Tutti i
raggi procedono parallelamente.

L'oggetto è fra F e la lente. Si forma una immagine
virtuale diritta ingrandita dalla stessa parte dell'oggetto.
Tale immagine non esiste fisicamente. Si tratta di una illusione ottica
che un osservatore percepisce come reale in
quanto i raggi gli sembrano provenire da punti ben definiti :

Immagini con lenti biconcave.
Si ha un solo caso a qualunque distanza dalla lente si ponga l'oggetto luminoso.
Si forma una immagine virtuale diritta rimpicciolita dalla stessa parte
dell'oggetto fra F e la lente :

10 - Macchina fotografica.
Un'importante applicazione delle lenti è la macchina fotografica.
Si tratta essenzialmente di una lente convergente, detta obiettivo
(in verità si tratta di solito di un sistema di lenti),
inserita in un corpo chiuso, isolato otticamente dall'esterno (la
luce entra nella macchina fotografica solo dall'obiettivo),
ed avente una distanza regolabile dal fondo del corpo. In fondo al corpo
è posizionata una pellicola fotosensibile
che è in grado di essere impressionata dalla luce che la colpisce. Le
pellicole in bianco e nero sono composte da uno
strato di bromuro d'argento. La pellicola impressionata viene poi
successivamente sviluppata, ovvero le immagini in
essa impresse vengono fissate stabilmente attraverso opportuni processi
chimici (non prendiamo qui in considerazioni
le moderne tecniche digitali).

Una macchina fotografica possiede anche un diaframma ed un otturatore.
Con il diaframma, che è una struttura
apribile e chiudibile a piacimento posta davanti alla lente, si dosa a piacere
la quantità di luce che si fa passare dalla
lente. Con l'otturatore, che è essenzialmente un orologio, si stabilisce il
tempo in cui la luce può entrare nel corpo
della macchina fotografica e così impressionare la pellicola.

Le "variabili" che l'operatore può manovrare sono allora
essenzialmente :
- distanza della lente dalla
pellicola
- diaframma
- otturatore.
Vi è una ulteriore variabile in gioco, la sensibilità della
pellicola. In commercio vi sono pellicole di differente
sensibilità che si misura in ASA. Una pellicola per esigenze
"normali" (paesaggi, ritratti in presenza di buona luce
ecc.) potrebbe essere di 100 ASA. Se la quantità di luce è minore, si possono
utilizzare pellicole a maggiore
sensibilità (200, 400 ASA ecc.). Noi consideriamo qui la sensibilità della
pellicola fissata a priori.
L'obiettivo possiede inoltre una certa luminosità che è legata al
diametro del suddetto. Consideriamo qui un
obiettivo di luminosità data.
Passiamo ora in rassegna alle variabili sopra elencate.
Variando la distanza della lente dalla pellicola si mette
a fuoco l'immagine che si forma sulla pellicola.
L'obiettivo di una macchina fotografica è dotato di una distanza focale
fissa espressa in millimetri (vi sono
obiettivi a focale variabile, detti zoom, che qui non prenderemo in
considerazione). In questo modo, l'immagine,
reale rovesciata e rimpicciolita, di un oggetto posto ad una certa
distanza dall'obiettivo si forma, come già
sappiamo, in un punto fra F e 2F ( F è il fuoco e
2F è il punto corrispondente al doppio della distanza focale).
Se la distanza dell'oggetto da fotografare cambia, l'immagine si forma in
un altro punto fra F e 2F :

Avvicinando l'oggetto, l'immagine si avvicina a 2F e cresce di
dimensione. Siccome la pellicola deve essere posta
esattamente dove si forma l'immagine (altrimenti la foto risulterebbe sfocata)
o si sposta ogni volta la pellicola o si
sposta la lente rispetto alla pellicola. Ovviamente la soluzione effettivamente
attuata nelle macchine fotografiche è la
seconda per cui gli obiettivi sono manovrabili tramite movimenti rotatori in
modo da fare focalizzare l'immagine
sempre sulla pellicola posta sul fondo del corpo della macchina fotografica.
Nella problematica della messa fuoco rientra il concetto di profondità di
campo. In effetti, gli oggetti posti a fuoco
si trovano entro certi limiti di distanza dall'obiettivo. Tale limiti
dipendono dal diaframma, ovvero dallo "spessore"
del fascio di luce che entra nella macchina fotografica. Più si stringe
il diaframma, maggiore è la profondità di
campo.


Circa il diaframma possiamo affermare che esso è manovrabile
dall'utente tramite una ghiera posta sull'obiettivo.
Sono disponibili selezioni fisse di valori di apertura di diaframma
rappresentate da sequenze di numeri del tipo :
22 16 11
8 5,6 4 2,8 2 .
Questi numeri rappresentano il rapporto fra la distanza focale f ed
il diametro del diaframma D . Quindi :
diaframma = f / D .
Per esempio :
f = 16 cm , D = 4 cm
==> f / D = 4
f = 16 cm , D = 2 cm
==> f / D = 8
f = 16 cm , D = 1 cm
==> f / D = 16 .
E' importante notare che passando per esempio da diaframma 8 a
diaframma 16 , il diametro è dimezzato.
Siccome l'area del cerchio (che rappresenta il diaframma) è
(pi greco per raggio al quadrato), se si
dimezza il diametro, l'area del diaframma diventa un quarto. Ciò significa che
passando da 8 a 16 , nell'obiettivo
entra un quarto della quantità di luce precedente. La stessa cosa passando da
4 a 8 ecc.
Se si passa da 2 a 2,8 entra (circa) metà luce, così
come da 2,8 a 4 , da 4 a 5,6 ecc. ecc.
cioè passando
da un valore di diaframma all'altro contiguo si fa entrare una quantità metà o
doppia di luce (aumentando il
diaframma entra meno luce). Lasciamo al lettore volonteroso la verifica
matematica si questo importante fatto.
Per quanto riguarda l'otturatore, il dispositivo con il quale è
possibile stabilire il tempo di esposizione, ovvero
per quanto tempo la luce può entrare nella macchina fotografica ed
impressionale la pellicola, occorre dire che
si hanno di solito alcuni tempi predefiniti. I valori di solito disponibili sono
(espressi in secondi) :
1 1/5 1/4 1/8
1/16 1/25 1/50 1/100 1/125 1/250 1/500
1/1000 .
Si ha anche la posa B con la quale l'otturatore rimane aperto fino a
che non si decide di chiuderlo.
La considerazione che occorre fare circa il tempo di esposizione è che
se, per esempio, lo si dimezza entra metà
luce. Se però nello stesso tempo si allarga il diaframma di una tacca,
facendo così entrare il doppio di luce, si ottiene
lo stesso effetto.
Per esempio passando da 1/8 ad 1/16 di secondo e da
22 a 16 di diaframma si ottiene esattamente la stessa
esposizione. Cosa cambia allora ? Cosa ci fa scegliere per l'una posizione o
l'altra ? Per esempio la profondità di
campo e la velocità dell'oggetto rispetto alla macchina fotografica. Se
desidero una grande profondità di campo
devo chiudere il diaframma ed aumentare il tempo di esposizione di conseguenza.
Ma se l'oggetto è in moto allora,
se il tempo di esposizione è troppo lungo, rischio di ottenere una foto mossa.
Questa è solo una delle tante
problematiche che caratterizzano la scienza del fotografare che, proprio per le
molte possibilità di scelta dei
parametri in gioco, diventa perciò ... un'arte.
Concludiamo con un accenno sui teleobiettivi ed i grandangoli.
Aumentando la distanza focale si ottiene una immagine più grande. Diminuendola,
invece, l'immagine è rimpicciolita
per cui, nel singolo fotogramma, vi possono essere le immagini di più oggetti.
Obiettivi a grande focale si chiamano
teleobiettivi, a piccola focale, grandangoli.
Schematicamente :
11 - Telescopio.
Una fondamentale applicazione delle leggi dell'ottica geometrica si ha nella
costruzioni di telescopi, cannocchiali
e binocoli, tutti strumenti utili ad ingrandire oggetti lontani.
Esaminiamo alcuni tipi di telescopio.
- 1 - telescopio
galileiano
Galileo, negli anni 1609 e 1610, costruì ed utilizzò, prima per uso
terrestre-militare e poi astronomico, il telescopio
(o cannocchiale) che porta il suo nome utilizzando la tecnologia delle lenti che
stava nascendo in quegli anni in Olanda.
Galileo non fu l'inventore del telescopio, ma è riconosciuto essere stato il
primo che lo utilizzò per osservare il cielo.
Il telescopio galileiano utilizza una lente convergente come obiettivo
ed una lente divergente come oculare.
Affermando che con un tale telescopio si ottengono immagini virtuali, diritte
ed ingrandite, lasciamo al lettore
immaginare come è costruito e come "funziona" un
telescopi galileiano.
- 2 - telescopio kepleriano
Il telescopio kepleriano ha un principio di funzionamento più facile del
galileiano e fornisce maggiori ingrandimenti.
Con questo strumento, formato da una lente convergente a focale lunga come
obiettivo ed una lente convergente
a focale corta come oculare, si ottengono immagini virtuali,
rovesciate ed ingrandite.
Lo schema del telescopio kepleriano è il seguente :

Proviamo a descrivere l'ottica di questo telescopio.
La prima immagine A dell'oggetto luminoso prodotta dall'obiettivo,
reale, capovolta e rimpicciolita, si forma, come
ben sappiamo, oltre del fuoco F dell'obiettivo. L'oculare ha il
proprio fuoco F' posto in modo che la prima immagine
A sia posizionata fra F' stesso e l'oculare. Si forma perciò
una seconda immagine A' virtuale, diritta (rispetto ad A )
ed ingrandita. L'osservatore vede perciò una immagine (virtuale, rovesciata ed
ingrandita) dell'oggetto.
L'ingrandimento è dato dal rapporto fra la focale
dell'obiettivo e la focale dell'oculare. Cioè :
![]()
dove I indica l'ingrandimento, F indica la distanza focale
dell'obiettivo e f la distanza focale dell'oculare.
Per esempio, se F = 1000 mm (millimetri) e f = 10 mm ,
l'ingrandimento sarà I = 1000 / 10 = 100 .
E' chiaro che se diminuiamo, a parità di focale dell'obiettivo, la
focale dell'oculare, otteniamo ingrandimenti via via
maggiori. Potremmo, in teoria, ottenere quindi immagini ingrandite quanto
si vuole.
Le cose, purtroppo, non stanno così, ed aumentando l'ingrandimento oltre certi
limiti, si ottengono immagini sempre
peggiori. Questo dipende essenzialmente da due fenomeni. La diminuzione
della luminosità e l'aberrazione
cromatica.
Aumentando l'ingrandimento, ovviamente la luminosità dell'immagine
ottenuta diminuisce, e questo a scapito della
qualità dell'immagine.
Il fenomeno dell'aberrazione cromatica è dovuto al fatto che la luce bianca
è composta di radiazioni elettromagnetiche
di varie frequenze che si manifestano agli occhi con vari colori.
Orbene, il fenomeno della rifrazione è diverso per
radiazioni di colori diversi. La luce rossa viene deviata da una
lente meno della luce violetta. Il risultato di questo
fenomeno è che si hanno in realtà più fuochi, uno per ogni colore :

e quindi l'immagine risulta aberrata (nel grafico il fenomeno è stato
enfatizzato).
Per aumentare l'ingrandimento, a parità di obiettivo, si devono prendere
oculari di focale minore, ma focale minore
significa lente di spessore maggiore e quindi maggiore aberrazione cromatica.
Ecco perché non è possibile spingere l'ingrandimento oltre certi valori.
I telescopi galileiani e kepleriani sono detti rifrattori perché,
essendo formati da lenti, sfruttano il fenomeno della
rifrazione.
- 3 - telescopio newtoniano
Newton conosceva bene i fenomeni di dispersione della luce
(scomposizione nei vari colori) per cui pensò bene
di utilizzare uno specchio concavo per fare convergere i raggi di luce.
In questo modo, non usando più il fenomeno
della rifrazione, si ottiene una prima immagine presso il fuoco dello specchio
non soggetta ad aberrazione cromatica.
Con una lente convergente, usata come oculare, si ottiene poi l'immagine finale
ingrandita a piacimento (ingrandimento
però soggetto alle limitazioni dei fenomeni di diminuzione della luminosità e
dell'aberrazione cromatica causata
dall'oculare).
Lo schema del telescopio newtoniano è il seguente :

I raggi riflessi dallo specchio concavo (specchio primario) del
telescopio (di solito parabolico o sferico di piccola
apertura) vengono deviati lateralmente da uno specchio piano (specchio
secondario) ed inviati all'oculare per
l'ingrandimento dell'immagine. Per questo motivo, una parte centrale
dello specchio non viene utilizzata per
l'osservazione (lo specchio secondario copre la parte centrale dello specchio
primario).
Il telescopio newtoniano, quindi, funziona, dal punto di vista ottico, allo
stesso modo di un rifrattore ma utilizza
per la convergenza dei raggi di luce uno specchio invece di una lente così da
evitare l'aberrazione cromatica.
Il telescopio newtoniano è il più semplice dei telescopi a specchio.
Successivamente vennero fatte molte modifiche
migliorative al telescopio newtoniano originario che portarono alla creazione di
diverse tipologie di telescopi a riflessione
che rimangono però del tutto analoghi.
Fine.
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