E-school di Arrigo
Amadori
Miscellanea
Il principio di minima azione : il padre di
tutti i principi ...
L'essere umano da sempre si interroga
su cosa "stia dietro le cose". Da sempre cerca i "principi"
su
cui si
basa la realtà.
Mostriamo qui sinteticamente un principio fisico non molto ben conosciuto dai più ma
di fondamentale
importanza e
che
potremmo considerare, fino a prova contraria, il padre di tutti i principi ...
Il principio di minima azione (detto anche principio di Hamilton,
in onore del grande
fisico
e
matematico
irlandese (1805
- 1865))
sta alla base della meccanica e di conseguenza di tutta la
fisica.
Una enunciazione del tutto "intuitiva" ed "empirica" di
questo principio potrebbe essere questa :
"fra le varie possibilità di moto inanimato, la natura sceglie sempre
il cammino più
vantaggioso".
Vediamo ora come dare una "veste matematica" a questa affermazione che
appare a prima vista già
del tutto plausibile.
01 - Moto unidimensionale.
Consideriamo per semplicità un corpo molto piccolo che si muove lungo
una linea retta. Siccome
le dimensioni del corpo sono piccole,
esso può essere rappresentato da un punto materiale.
Tutte le considerazioni che faremo riferendoci ad un tale esempio semplicistico
unidimensionale possono
essere
estese ai
moti che avvengono nella realtà in tre dimensioni. Tali considerazioni possono
essere
estese anche a più corpi macroscopici
fra loro
interagenti.
Supponiamo che il corpo, libero di muoversi su di una retta, risenta di una o
più forze che agiscono
su di lui. Come caso particolare le forze possono essere assenti (o annullarsi
fra loro),
ma in generale
un corpo
risente dell'azione di qualche forza.
Chiamiamo il corpo con la lettera M e consideriamo la retta su cui
si muove come una retta orientata,
cioè dotata
di una origine 0 e di una orientazione (quella indicata dalla
freccia) :

In questo modo la posizione del corpo M è definita univocamente :
se si trova a destra dell'origine,
la sua posizione è positiva, se è a sinistra, è negativa. Naturalmente il numero che
esprime tale posizione,
la
coordinata del punto M , verrà preso rispetto ad una
prescelta unità di misura di lunghezza.
Indichiamo detta coordinata con la lettera q .
Per descrivere il moto di un corpo occorre anche il tempo. Prendiamo
allora un orologio ed indichiamo
con la lettera t il tempo che esso misura rispetto ad un
istante 0 predefinito detto istante iniziale.
A questo punto immaginiamo che il corpo, movendosi, si venga a trovare al
tempo
nella posizione
e successivamente, al tempo
, nella posizione
:

Chiameremo
e
tempo
e posizione iniziali e
e
tempo e posizione finali.
Come si muoverà il corpo nei vari istanti intermedi fra i tempi
e
? Ovvero,
istante per istante,
in che posizione q verrà a trovarsi il corpo ?
Questa è la domanda e lo scopo fondamentale della meccanica : costruire
l'equazione oraria del
moto,
cioè come varia lo spazio rispetto al tempo.
Matematicamente ciò corrisponde a determinare la funzione oraria :
.
Alcune possibili funzioni orarie, tenendo presente che gli unici dati certi sono
posizione e tempo iniziali
e finali, sono date dal seguente grafico :
Si vede bene che le funzioni orarie che uniscono il punto iniziale con il punto
finale sono infinite, quindi
il nostro corpo, movendosi , potrebbe "scegliere" uno qualsiasi di
questi grafici. Il corpo potrebbe
muoversi "scegliendo" la curva
, oppure la curva
ecc. ecc.
Ma la natura non ha "fantasia" !!! Uno solo di questi grafici è
quello che effettivamente verrà "scelto"
dal corpo
nel suo moto. Quello più "conveniente", quello che sarà tale da
soddisfare il principio di
minima azione !!!
Supponiamo che il seguente grafico sia quello reale, che corrisponda cioè esattamente
al moto del nostro
corpo :
Chiamiamo
la corrispondente funzione.
A questo punto è necessario introdurre il concetto di velocità istantanea
(o velocità puntiforme o
semplicemente velocità), la "rapidità" cioè di cambiare
posizione q al variare del tempo t .
Chiamiamo questa grandezza col simbolo
(si pronuncia "q punto") e notiamo che essa corrisponde
alla "pendenza" della curva oraria in ogni istante. Possiamo allora
affiancare al grafico dello spazio rispetto
al tempo, anche quello della velocità sempre rispetto al tempo (incolonnandoli)
:
Il grafico della velocità
risulta evidente : basta prendere le pendenze, evidenziate dalle rette
tangenti, nei vari punti del grafico orario del moto.
La pendenza (lo sanno bene i ciclisti ...) si misura semplicemente dividendo la
lunghezze del segmento
verticale per quella del segmento orizzontale così come indicato in figura :
Tornando al nostro grafico orario, notiamo che nel punto A ,
corrispondente al tempo
, la velocità
è positiva (la pendenza corrisponde a spazi crescenti al crescere del tempo), mentre nel
punto C , al
tempo
, la velocità è negativa (la pendenza corrisponde a spazi decrescenti al crescere del
tempo).
Nel punto B , al tempo
, la pendenza è
nulla, quindi la velocità è nulla.
Analogamente a quanto fatto per la velocità, definiamo l'accelerazione e la
indichiamo con il simbolo
("q due punti") ma, per semplicità, non ne riportiamo il grafico nel nostro
esempio.
Matematicamente, la velocità è la derivata dello spazio rispetto al tempo e
l'accelerazione è la derivata
della velocità rispetto al tempo. Cioè :
e :
(ovviamente, l'accelerazione è la derivata seconda dello spazio rispetto al
tempo).
02 - Principio di minima azione.
Com'è allora che, fra le infinite funzioni orarie possibili che congiungono il
punto iniziale con il punto
finale, una sola è quella possibile, quella cioè che si verifica realmente ?
I "padri" della meccanica (Lagrange, Hamilton ecc.) hanno, per
rispondere a questo quesito, "introdotto"
una funzione di fondamentale importanza che descrive tutte le proprietà
meccaniche di un sistema di corpi :
la lagrangiana.
Si tratta di una funzione che caratterizza il sistema. Ogni sistema ha la
propria lagrangiana ed essa è una
funzione del tempo,
delle posizioni e delle velocità.
Nel nostro caso unidimensionale avremo che la lagrangiana, indicata di solito
con la lettera L , vale :
.
Istante per istante, durante il moto del corpo, sostituendo le tre
grandezze
,
che variano con
continuità,
nella lagrangiana L del corpo si ottengono via via valori in
generale diversi di L stessa.
Si ottiene cioè una funzione L del tempo che possiamo ricavare e rappresentare
così (considerando
un certo istante t ed immaginando di fare lo stesso per tutti gli
altri istanti) :
Il "simbolismo" indicato dal grafico è molto semplice : ad un certo
istante t si prende l'istante stesso,
la posizione corrispondente q sul grafico dello spazio e la
corrispondente velocità
sul grafico della
velocità.
Si "immettono" questi tre valori dentro la lagrangiana (che possiamo
considerare come una
sorta
di "scatola nera") ottenendo così un risultato L che
metteremo (assieme al tempo t ) nel grafico
della
lagrangiana. Procedendo allo stesso modo per gli altri istanti, si costruisce
così il grafico completo
della lagrangiana.
Abbiamo colorato l'area formata dal grafico della lagrangiana L perché essa
assume un ruolo fondamentale :
il "moto reale" fra il
punto iniziale ed il punto finale è quello per cui l'area in questione è minima
!!!
Ecco allora espresso in forma matematica il principio di minima azione.
Le varie funzioni orarie possibili determinano grafici della lagrangiana con
relative aree via via diverse. Il moto
avverrà solo con l'equazione oraria che rende minima quell'area !!!
L'area suddetta si chiama giustamente azione e si indica con la
lettera S . Matematicamente, il
principio di minima azione si esprime affermando che l'integrale (l'azione) :
deve essere minimo.
Lo studio matematico di questo problema di minimo fa parte del grande capitolo
della matematica che
va sotto il nome di calcolo variazionale. In particolare, questo
particolare caso va sotto il nome di
problema di Eulero (1707 - 1783).
Lo sviluppo matematico del problema di Eulero porta alle cosiddette equazioni
del moto, equazioni che
legano fra loro tutte le variabili in gioco : tempo, posizioni, velocità,
accelerazioni e forze.
L'equazione del moto nel caso più semplice è la arcifamosa equazione di Newton
:
F = m · a
che esprime in forma matematica il 2' principio della dinamica.
Abbiamo così mostrato (anche se solo a grandi linee senza soffermarci nei
calcoli) che l'equazione di
Newton
(ovvero il 2' principio della dinamica) è deducibile da un principio molto più
generale, per cui il
titolo di
questa pagina, per così dire un po' "esagerato", è del tutto
giustificato !!!
Fine.
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