E-school di Arrigo
Amadori
in collaborazione con :
Associazione Astrofili Cesenati
http://www.astrofilicesena.it/index.html
SPAZI CURVI, ISTRUZIONI PER L'USO ...
(1') incontro del 28/03/2004
resoconto
01 - Prolusione.
Questo corso è dedicato alla memoria del grande matematico romagnolo Gregorio
Ricci-Curbastro
nato a Lugo nel 1835 e morto a Bologna nel 1925.
Egli portò a compimento, assieme al suo studente-collaboratore Tullio Levi-Civita (1873-1941), il lavoro
iniziato da Gauss (1777-1855) e portato avanti da Riemann
(1826-1866) e da Christoffel (1829-1900)
sulla
matematica degli spazi curvi, matematica che va sotto i nomi di calcolo tensoriale, calcolo differenziale
assoluto,
geometria riemanniana ecc. Per un certo tempo, addirittura, questa branca della matematica
venne chiamata semplicemente col nome di "calcolo di Ricci".
E' tramite questa matematica "messa a punto" da Ricci-Curbastro che
Einstein riuscì ad esprimere le sue
idee sulla gravitazione, idee che costituiscono la teoria della
relatività generale (1916).
02 - Relatività generale.
La teoria della relatività generale di Einstein afferma in definitiva che le masse
incurvano lo spazio-tempo.
Un corpo, trovandosi in uno spazio-tempo incurvato, non può che seguire, nella
sua traiettoria di moto,
linee di minima distanza che, in linguaggio matematico, si chiamano geodetiche.
03 - Metrica.
Dato uno spazio qualunque, se si definisce in esso la possibilità di
misurare la distanza fra due suoi punti,
si ottiene uno spazio metrico.
La metrica è quindi il "modo" di definire la distanza fra due punti
di uno spazio.
Se conosciamo la metrica di uno spazio, possiamo allora definire le sue geodetiche
(oltre naturalmente a
tutte le altre proprietà metriche di quello spazio ed alle grandezze che si
riferiscono al concetto di distanza).
Lo scopo della relatività generale è quindi quello di definire
la metrica dello spazio-tempo incurvato
dalle masse. Conoscendo tale metrica, si possono di conseguenza dedurre le geodetiche
lungo le quali i
corpi sono costretti a muoversi.
04 - Spazio euclideo.
E' lo spazio "piatto" della nostra esperienza. Lo spazio le cui
proprietà abbiamo studiato a scuola ed il cui
nome è in onore del grande matematico greco Euclide (circa 300 a.C.) che
ne studiò a fondo le proprietà
tramandandocele in un trattato di fondamentale importanza.
Nello spazio euclideo vale il teorema di Pitagora. Un altro importante
teorema che vale nello spazio
euclideo è, per esempio, quello che afferma che la somma degli angoli interni
di un triangolo qualsiasi
vale un angolo piatto (180°).
Lo spazio euclideo a 2 dimensioni (il piano) si indica
con R² . In esso si definisce la metrica misurando
la distanza fra due punti A e B con il teorema di
Pitagora :
Si ottiene quindi :
dove con
si
indica la lunghezza del cateto orizzontale, con
quella del cateto verticale e con
si indica la lunghezza dell'ipotenusa, ovvero del segmento AB .
Lo spazio euclideo a 3 dimensioni (lo spazio usuale) si indica
con R³ . In esso si definisce la metrica
misurando la distanza fra due punti A e B con il teorema di
Pitagora :
Si ottiene quindi :
.
05 - Spazi non euclidei.
Uno spazio in cui non vale la geometria euclidea è uno spazio non
euclideo.
Esempi :
- 1 - Lo spazio
formato dall'insieme dei punti racchiusi dentro un cerchio (compresi i
punti della
circonferenza).
I punti di tale spazio sono i punti del cerchio stesso e le rette sono le corde del
cerchio.
Dal grafico si vede bene che per il punto P esterno alla retta
a passano due rette parallele
(rette che per definizione non si incontrano) alla retta a (addirittura ne passano infinite).
Siccome uno dei
postulati della geometria euclidea afferma che per un punto esterno ad
una retta passa una ed una sola retta
parallela ad essa, è evidente che lo spazio in questione
non è euclideo.
- 2 - La superficie
sferica.
Immaginiamo lo spazio formato dai punti di una superficie sferica (la Terra, per
esempio).
Immaginiamo di trovarci al polo nord e di dirigerci verso l'equatore
percorrendo un mezzo
meridiano. Giunti all'equatore, immaginiamo di percorrere il medesimo verso est
per un quarto
della sua lunghezza. Infine, immaginiamo di ritornare al polo nord da cui siamo
partiti in precedenza
percorrendo un altro mezzo meridiano :

Il triangolo che abbiamo tracciato ha tre angoli retti per cui la somma dei suoi
angoli interni è
di 270° . Siccome nello spazio euclideo gli angoli interni dei triangoli
hanno per somma un
angolo piatto (180°), lo spazio della superficie sferica non è euclideo.
06 - Varietà V² in R³ .
Un caso semplice ma emblematico di spazio numerico non euclideo di grande
importanza è quello formato
da una superficie bidimensionale immersa in R³
(spazio euclideo tridimensionale).
Una tale superficie si chiama anche varietà bidimensionale V²
ed in generale rappresenta uno spazio
curvo :
Una varietà V² è allora in generale uno spazio curvo non euclideo
(su di esso, come nel semplice caso
della superficie sferica, non vale la
geometria euclidea).
Una varietà può essere associata ad una equazione del tipo :
![]()
che si chiama per questo equazione cartesiana della varietà. Conoscere
l'equazione di una varietà
significa conoscere la relazione matematica a cui soddisfano le coordinate dei
punti della varietà e solo
quelli. Gli altri punti che non stanno sulla varietà non soddisfano l'equazione
della suddetta.
Le variabili x e y sono dette variabili indipendenti
perché possono assumere qualsiasi valore (entro
certi limiti che costituiscono il dominio della funzione). La
variabile z è detta variabile dipendente
perché i valori che può assumere dipendono da x e y .
Vi è un altro modo di rappresentare algebricamente una varietà : tramite una
sua rappresentazione o
equazione parametrica.
Siccome le dimensioni della varietà sono in
questo caso due, introduciamo a questo scopo
due parametri,
per esempio u e v . Fatto questo,
poniamo x = u e y = v e sostituiamo nell'equazione cartesiana della
varietà. Otterremo allora :
.
Questa è una equazione parametrica della V² . Essa è molto
"comoda" perché ci fornisce direttamente
le tre coordinate x, y, z di un punto della varietà a partire da
due valori u, v dei parametri.
Con una rappresentazione parametrica della varietà si stabilisce perciò una corrispondenza
fra le coppie
ordinate (u, v) di R² e le terne ordinate (x, y,
z) di R³ che sono i punti della varietà :
Notiamo a questo punto un fatto di grande importanza : le rappresentazioni
parametriche di una stessa
varietà sono infinite. Basta cioè sostituire ad u e
v qualunque loro funzione di altri due parametri che
si ottiene una diversa (dal punto di vista algebrico) equazione parametrica
della medesima varietà.
La più generica equazione parametrica di una varietà
bidimensionale V² è :
dove le
,
,
sono tre
funzioni date dei parametri u e v .
Naturalmente, non ogni funzione dei parametri u e v è
atta a rappresentare una varietà. Occorrono certe
precise condizioni restrittive sulla loro forma algebrica. Non entreremo in
questi particolari perché, in questo
corso, perseguiamo lo scopo di fornire una introduzione intuitiva e di
"concetto" della matematica degli spazi
curvi.
Si rimanda il lettore interessato ad un maggiore approfondimento ad uno dei
numerosi testi completi sulla
materia o alla sezione dedicata al calcolo tensoriale di questo sito :
http://www.arrigoamadori.com/lezioni/Matematica.htm
.
Esempi di V² :
- 1 - Superficie
cilindrica.
Consideriamo il cilindro circolare retto di raggio R :
Consideriamo un punto P della sua superficie. La posizione del punto
P può essere
rappresentata oltre che dalle sue coordinate cartesiane x, y, z anche tramite i
parametri
u e v dove u rappresenta l'angolo indicato in figura e v
rappresenta la
quota z del
punto.
La rappresentazione parametrica che ne deriva sarà :
che abbiamo ricavato utilizzando le ben note formule trigonometriche del
triangolo rettangolo.
- 2 - Superficie
sferica in rappresentazione cartesiana.
Consideriamo la sfera di raggio R centrata nell'origine.
Un punto P della superficie sferica dista R dal centro della
sfera (nonché origine degli assi
cartesiani). Applicando il teorema di Pitagora, ed essendo x, y, z
le coordinate di P , si
ottiene :
da cui, ricavando la z , si ha (limitatamente ai valori non negativi
di z ) :
.
Questa è l'equazione cartesiana della superficie semisferica (quella con
z positivo o nullo).
L'altra semisfera avrà la stessa equazione ma con il segno -
davanti alla radice.
- 3 - Superficie
sferica in rappresentazione parametrica (1' caso).
Partendo dalla precedente equazione e ponendo x = u e y =
v si ottiene :
che è appunto una rappresentazione parametrica della semisfera con z non negativi.
- 4 - Superficie
sferica in rappresentazione parametrica (2' caso).
Introduciamo i due angoli u e v nel seguente modo (il
punto P appartiene alla superficie
sferica) :
Considerando che
, si ottiene facilmente :
dove
e
(essendo
la misura in radianti dell'angolo piatto e
quella dell'angolo giro).
Questa rappresentazione parametrica è analoga al sistema di latitudine-longitudine
della
superficie terrestre ( u è la latitudine, misurata però dal polo nord,
e v è la longitudine).
07 - Coordinate curvilinee su una V² .
Consideriamo una V² in rappresentazione parametrica. Supponiamo di
tenere costante il parametro u
e di fare variare il parametro v :
Poiché il punto P corrisponde al punto Q , il punto P'
al punto Q' e così via, otterremo allora una
linea su V² .
Analogamente, tenendo costante v e variando u si ottiene
:
Abbiamo così costruito due coordinate curvilinee su V² .
Il punto Q è quindi il punto d'incontro di due coordinate
curvilinee :
Sulla varietà V² è di conseguenza possibile costruire un sistema
di coordinate curvilinee :
Esempi :
- 1 - Superficie
cilindrica.
- 2 - Superficie
sferica in rappresentazione parametrica (1' caso).
- 3 - Superficie
sferica in rappresentazione parametrica (2' caso).
08 - Richiami di calcolo differenziale.
Sia data una funzione
. Essa è rappresentabile da una curva (nel caso che f sia
una funzione
continua). Consideriamo un suo punto A di coordinate x e
y ed un punto "vicino" B di coordinate
x + dx e y + dy (dove dx e dy indicano
quantità "molto piccole" di x ed y ) :
Chiamiamo derivata della funzione del punto A di
ascissa x la pendenza della curva in A ovvero
il
rapporto :
sottintendendo che dx sia molto piccolo, tendente a 0 .
Indichiamo tale rapporto, la derivata della
funzione in x , con il simbolo
per cui scriviamo :
.
E' chiaro che, perché la derivata in A esprima veramente la pendenza della
curva in A , occorre che
dx sia piccolissimo, tendente a zero. In caso contrario, come in figura, detto rapporto
non indicherà la
pendenza della retta t (la tangente alla curva in A ), come
dovrebbe essere, bensì la pendenza della
secante r che passa per A e per B .
Perché nel grafico si "vedano" i segmenti dx e dy ,
essi devono essere disegnati abbastanza grandi ma
si sottintende sempre che essi debbano tendere a 0 .
Per valori non tendenti a 0 di dx e dy , il
rapporto dy/dx approssima la derivata in A e
questa
approssimazione è tanto più buona quanto più queste grandezze tendono
a 0 (è sufficiente che si faccia
tendere a 0 la sola grandezza dx , che dy tenda di
conseguenza a 0 , perché la variabile dipendente y
è funzione dalla variabile indipendente x , così come indicato
da
).
Come conseguenza della definizione di derivata, abbiamo la definizione di differenziale.
Esso esprime
di quanto la funzione è variata nel passare da A a B ,
qualora dx sia molto piccolo, tendente a 0.
Poiché, per definizione
, si ha di conseguenza :
ovvero il differenziale di y è pari al prodotto della derivata
in x per dx .
Questa è una formula di estrema importanza perché ci permette di
conoscere il valore di una funzione in
un punto vicino ad un punto dato senza conoscere il tipo di funzione, ma solo il
valore di essa nel punto
di partenza (A) , la derivata della funzione nel medesimo punto e
l'incremento dx . Naturalmente dx
deve essere considerato tendente a 0 . Per valori di dx non
infinitesimi, il valore di dy ottenuto è solo
una approssimazione della variazione della funzione, tanto migliore
quanto più dx è piccolo.

Nel caso di dx "grandi", essendo
(la derivata in A ) la pendenza della curva in A , ovvero
il
rapporto CH / HA , si ha che il valore
corrisponde alla lunghezza del segmento CH che è
ovviamente diverso da dy . Esso diventa sempre più prossimo a dy
tanto più dx diventa piccolo.
Per le funzioni di due variabili
che rappresentano le varietà V² si perviene alla definizione
di
due derivate. Una secondo l'asse x e l'altra secondo
l'asse y . Si hanno così le due derivate parziali :
,
(notare il simbolo
utilizzato per distinguerle dalle derivate di funzioni ad una variabile, dette
anche per
questo derivate totali).
Dal punto di vista geometrico, le derivate parziali si possono giustificare
guardando il grafico :
Se si tiene costante la x , si ottiene la derivata parziale
rispetto alla y ,
, perché è come considerare
la sola funzione
, dove a è una costante.
Se si tiene costante la y , si ottiene la derivata parziale
rispetto alla x ,
, perché è come considerare
la sola funzione
, dove b è una costante.
Anche il concetto di differenziale può essere esteso alle funzioni
a più variabili indipendenti. Per le
funzioni
si ha
la seguente definizione di differenziale :
che è una "logica" generalizzazione di quello delle funzioni ad una
variabile.
Graficamente :
dove la variazione dz della funzione
è data dalle differenze di "quota" dei punti P e Q
.
Naturalmente, come nel caso delle funzioni ad una sola variabile indipendente,
il valore di dz approssima
sempre più il valore reale della differenza tanto più i dx e
dy sono piccoli, tendenti a 0 .
Fine.