E-school di Arrigo
Amadori
in collaborazione con :
Associazione Astrofili Cesenati
http://www.astrofilicesena.it/index.html
CORSO DI CULTURA SCIENTIFICA DI BASE
(79') incontro del 14/10/2005
resoconto
01 - Macchina fotografica.
Un'importante applicazione delle lenti è la macchina fotografica.
Si tratta essenzialmente di una lente convergente, detta obiettivo
(in verità si tratta di solito di un sistema di lenti),
inserita in un corpo chiuso, isolato otticamente dall'esterno (la
luce entra nella macchina fotografica solo dall'obiettivo),
ed avente una distanza regolabile dal fondo del corpo. In fondo al corpo
è posizionata una pellicola fotosensibile
che è in grado di essere impressionata dalla luce che la colpisce. Le
pellicole in bianco e nero sono composte da uno
strato di bromuro d'argento. La pellicola impressionata viene poi
successivamente sviluppata, ovvero le immagini in
essa impresse vengono fissate stabilmente attraverso opportuni processi
chimici (non prendiamo qui in considerazioni
le moderne tecniche digitali).
Una macchina fotografica possiede anche un diaframma ed un otturatore.
Con il diaframma, che è una struttura
apribile e chiudibile a piacimento posta davanti alla lente, si dosa a piacere
la quantità di luce che si fa passare dalla
lente. Con l'otturatore, che è essenzialmente un orologio, si stabilisce il
tempo in cui la luce può entrare nel corpo
della macchina fotografica e così impressionare la pellicola.
Le "variabili" che l'operatore può manovrare sono allora
essenzialmente :
- distanza della lente dalla
pellicola
- diaframma
- otturatore.
Vi è una ulteriore variabile in gioco, la sensibilità della
pellicola. In commercio vi sono pellicole di differente
sensibilità che si misura in ASA. Una pellicola per esigenze
"normali" (paesaggi, ritratti in presenza di buona luce
ecc.) potrebbe essere di 100 ASA. Se la quantità di luce è minore, si possono
utilizzare pellicole a maggiore
sensibilità (200, 400 ASA ecc.). Noi consideriamo qui la sensibilità della
pellicola fissata a priori.
L'obiettivo possiede inoltre una certa luminosità che è legata al
diametro del suddetto. Consideriamo qui un
obiettivo di luminosità data.
Passiamo ora in rassegna alle variabili sopra elencate.
Variando la distanza della lente dalla pellicola si mette
a fuoco l'immagine che si forma sulla pellicola.
L'obiettivo di una macchina fotografica è dotato di una distanza focale fissa espressa in millimetri (vi
sono
obiettivi a focale variabile, detti zoom, che qui non prenderemo in considerazione). In questo modo, l'immagine,
reale
rovesciata e rimpicciolita, di un oggetto posto ad una certa distanza dall'obiettivo si forma, come già
sappiamo,
in un punto fra F e 2F ( F è il fuoco e 2F è il punto corrispondente al doppio della distanza
focale).
Se la distanza dell'oggetto da fotografare cambia, l'immagine si forma in un altro punto fra F e 2F :
Avvicinando l'oggetto, l'immagine si avvicina a 2F e cresce di
dimensione. Siccome la pellicola deve essere posta
esattamente dove si forma l'immagine (altrimenti la foto risulterebbe sfocata)
o si sposta ogni volta la pellicola o si
sposta la lente rispetto alla pellicola. Ovviamente la soluzione effettivamente
attuata nelle macchine fotografiche è la
seconda per cui gli obiettivi sono manovrabili tramite movimenti rotatori in
modo da fare focalizzare l'immagine
sempre sulla pellicola posta sul fondo del corpo della macchina fotografica.
Nella problematica della messa fuoco rientra il concetto di profondità di
campo. In effetti, gli oggetti posti a fuoco
si trovano entro certi limiti di distanza dall'obiettivo. Tale limiti dipendono
dal diaframma, ovvero dallo "spessore"
del fascio di luce che entra nella macchina fotografica. Più si stringe
il diaframma, maggiore è la profondità di
campo.
Circa il diaframma possiamo affermare che esso è manovrabile
dall'utente tramite una ghiera posta sull'obiettivo.
Sono disponibili selezioni fisse di valori di apertura di diaframma
rappresentate da sequenze di numeri del tipo :
22 16
11 8 5,6 4 2,8 2 .
Questi numeri rappresentano il rapporto fra la distanza focale f ed
il diametro del diaframma D . Quindi :
diaframma = f / D .
Per esempio :
f = 16 cm , D = 4
cm ==> f / D = 4
f = 16 cm , D = 2
cm ==> f / D = 8
f = 16 cm , D = 1
cm ==> f / D = 16 .
E' importante notare che passando per esempio da diaframma 8 a
diaframma 16 , il diametro è dimezzato.
Siccome l'area del cerchio (che rappresenta il diaframma) è
(pi greco per raggio al quadrato), se si
dimezza il diametro, l'area del diaframma diventa un quarto. Ciò significa che
passando da 8 a 16 , nell'obiettivo
entra un quarto della quantità di luce precedente. La stessa cosa passando da 4
a 8 ecc.
Se si passa da 2 a 2,8 entra (circa) metà luce, così
come da 2,8 a 4 , da 4 a 5,6 ecc. ecc.
cioè passando
da un valore di diaframma all'altro contiguo si fa entrare una quantità metà o
doppia di luce (aumentando il
diaframma entra meno luce). Lasciamo al lettore volonteroso la verifica matematica si
questo importante fatto.
Per quanto riguarda l'otturatore, il dispositivo con il quale è
possibile stabilire il tempo di esposizione, ovvero
per quanto tempo la luce può entrare nella macchina fotografica ed
impressionale la pellicola, occorre dire che
si hanno di solito alcuni tempi predefiniti. I valori di solito disponibili sono
(espressi in secondi) :
1 1/5 1/4 1/8
1/16 1/25 1/50 1/100 1/125 1/250 1/500
1/1000 .
Si ha anche la posa B con la quale l'otturatore rimane aperto fino a
che non si decide di chiuderlo.
La considerazione che occorre fare circa il tempo di esposizione è che
se, per esempio, lo si dimezza entra metà
luce. Se però nello stesso tempo si allarga il diaframma di una tacca, facendo così entrare
il doppio di luce, si ottiene
lo stesso effetto.
Per esempio passando da 1/8 ad 1/16 di secondo e
da 22 a 16 di diaframma si ottiene esattamente la
stessa
esposizione. Cosa cambia allora ? Cosa ci fa scegliere per l'una posizione o
l'altra ? Per esempio la profondità di
campo e la velocità dell'oggetto rispetto alla macchina fotografica. Se
desidero una grande profondità di campo
devo chiudere il diaframma ed aumentare il tempo di esposizione di conseguenza.
Ma se l'oggetto è in moto allora,
se il tempo di esposizione è troppo lungo, rischio di ottenere una foto mossa.
Questa è solo una delle tante
problematiche che caratterizzano la scienza del fotografare che, proprio per le
molte possibilità di scelta dei
parametri in gioco, diventa perciò ... un'arte.
Concludiamo con un accenno sui teleobiettivi ed i grandangoli.
Aumentando la distanza focale si ottiene una immagine più grande.
Diminuendola, invece, l'immagine è rimpicciolita
per cui, nel singolo fotogramma, vi possono essere le immagini di più oggetti.
Obiettivi a grande focale si chiamano
teleobiettivi, a piccola focale, grandangoli.
Schematicamente :
Fine.